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Con ogni mezzo necessario

Malcolm X o dell'educazione sentimentale della rivoluzione nera

di Guido Caldiron

Da "Liberazione" del 27 febbraio 2005

 

Quante storie contiene la storia di Malcolm X? La sua celebre autobiografia che, pubblicata alla fine degli anni Sessanta non ha smesso di essere un riferimento e una lettura "di formazione" per generazioni di ribelli metropolitani e di rivoluzionari, può essere considerata in qualche modo come una sorta di biografia collettiva di quella black America che nel tentativo di cambiare gli Stati Uniti, finì per trasformare soprattutto sé stessa? Interrogarsi intorno all'anniversario del suo assassinio il 21 febbraio del 1965, significa soprattutto comprendere che cosa la vicenda di Malcolm X contenesse. E gli elementi a cui viene da pensare sono, in questo senso, molti. 
La storia di Malcolm - raccontata in una straordinaria forma narrativa dal giornalista Alex Haley, che collaborò alla stesura dell'Autobiografia del leader nero, pubblicata per la prima volta nel nostro paese da Einaudi nel 1967 - si snoda infatti a partire dalla vicenda giovanile e criminale di un ragazzo che da Omaha, Nebraska, finirà a vendere droga ad Harlem, tra le star delle big band del jazz. Le metropoli attraevano i neri non soltanto per le occasioni di lavoro, qualcosa stava cambiando o almeno si pensava che potesse cambiare. «All'inizio del secolo i neri vivevano ancora in gran parte nelle zone rurali del Sud. L'esodo su vasta scala ebbe inizio nel 1914, quando grandi masse cominciarono a spostarsi verso i grossi centri industriali del Nord: Chicago, Detroit, New York - spiegava nel 1963 il poeta Amiri Baraka (LeRoi Jones) nel suo Il popolo del blues (ShaKe, 1994) - L'aspetto più interessante di queste migrazioni di massa è che probabilmente modificarono ulteriormente il rapporto che il nero aveva instaurato con l'America (...). Si trattava dello stesso "movimento" umano che rese possibili fenomeni come il blues classico e il jazz (...). Ma più che di una nuova ipotesi, si trattava di una nuova idea di ciò che la vita dei neri poteva diventare». Malcolm declinava tutto ciò a suo modo. «Assorbivo tutto come una spugna e qualche volta, nel corso di un raro sfogo pieno di confidenze, o di fronte a qualcuno che aveva bevuto un bicchiere più del solito, intuivo perfettamente qual era il particolare tipo di traffico cui si dedicava il mio interlocutore - ammette nella sua Autobiografia, prima di aggiungere - Fui ben istruito da guappi assai esperti in traffici quali la lotteria clandestina, lo sfruttamento delle prostitute, i giochi d'azzardo di ogni specie, le vendita degli stupefacenti e ogni genere di furto, compresa la rapina a mano armata». 

Dalla strada, vissuta con violenza e curiosità, quello che per tutti è già diventato "Il Rosso di Detroit" arriverà rapidamente alle galere, seguendo il percorso criminalità-repressione che continua ancora oggi a scandire le esistenze di milioni di afroamericani - la stragrande maggioranza della popolazione carceraria come spiega ad esempio il sociologo Loic Wacquant in Parola d'ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale (Feltrinelli, 2000). La cella è però, nelle tappe di formazione dell'identità umana e politica di Malcolm, un'altra "scuola", un altro luogo da cui apprendere, questa volta non più come lo spazio di "frontiera" della strada segnato dal pericolo come dal piacere, bensì come testimonianza di quella geografia del dolore e del controllo che accompagna le esistenze subalterne e non garantite. Il carcere è, insieme al ghetto, lo spazio della costruzione politica di una nuova generazione di neri che non si riconoscono nella morale evangelica, come nella pratica della nonviolenza che è stata incarnata da Martin Luther King. 

«Quando mi accusarono di aver rubato settanta dollari in un distributore di benzina - racconta George Jackson, ammazzato nel carcere di San Quintino nell'agosto del 1971, ne I fratelli di Soledad (Einaudi, 1971) - feci un patto... accettai di confessare facendo risparmiare alla contea le spese del giudizio, in cambio di una condanna più breve. Ma quando giunse il momento di condannarmi, mi gettarono nel penitenziario con la condanna da un anno al carcere a vita. Questo accadeva nel 1960. Avevo diciotto anni. Da allora sono sempre rimasto qui. Quando entrai in carcere, scoprii Marx, Lenin, Trockij, Engels e Mao, e ne fui redento. Durante i primi quattro anni non studiai altro che economia e discipline militari. Conobbi molti guerriglieri neri: tentammo di trasformare la mentalità del criminale nero nella mentalità del rivoluzionario nero». Un'esperienza, quella di Jackson, simile per molti aspetti a quella di Malcolm X. Solo che per lui la "politica" avrà, per lo meno all'inizio, il profilo dell'Islam. «L'esperienza della detenzione, che riduce i codici della vita sociale alla repressione, ha costituito nel XX secolo, per molti dirigenti dei maggiori movimenti di reislamizzazione, un simbolo fondativo dell'iniquità sociale. E' nei campi di prigionia egiziani che Sayyid Qutb, la più importante fonte di ispirazione degli islamisti di oggi, elabora la sua concezione dello Stato islamico - sottolinea Gilles Kepel in A l'Ouest d'Allah (Seuil, 1994) - Ed è dentro un penitenziario che Malcolm Little (il suo vero nome) prende coscienza della sua situazione di non garantito e ne imputa la responsabilità alla società bianca e cristiana, identificando nel movimento della Nazione dell'Islam la via della propria salvezza personale e della redenzione dei suoi fratelli neri». 

Per oltre un decennio, dal luglio del 1952 quando fu rilasciato da una delle carceri del Massachussets dove aveva passato gli ultimi sei anni della sua vita, fino all'inizio dei '60, Malcolm rappresenta il volto più giovane e autorevole della Nation of Islam, il gruppo che, insieme al movimento per i diritti civili guidato dal reverendo King e prima delle Black Panthers californiane, fondate nel 1966, definiranno il profilo politico e culturale pubblico della comunità afroamericana. Ma per Malcolm X, l'Islam diverrà poi la base religiosa e di vita di una consapevolezza e di un progetto ben più ampi di quello rappresentato dai Musulmani neri. «Malcolm X era cresciuto politicamente ed era salito fino ai vertici dei Black Muslims. Staccatosi da questi nel 1964, stava definitivamente emergendo come portavoce di una proposta rivoluzionaria che, pur mantenendosi all'interno di un grande internazionalismo islamico, prendeva corpo come "afro-americanismo": aveva fatto un salto decisivo dalla micropolitica di separazione e di reazione minoritaria interna soltanto ai ghetti metropolitani a una strategia di internazionalizzazione, di collegamento con le lotte di liberazione in Africa, in America latina e in Vietnam», spiega Bruno Cartosio in Senza illusioni. I neri negli Stati Uniti dagli anni Sessanta alla rivolta di Los Angeles (ShaKe, 1995). Dopo la scoperta della città e della religione politica in galera, l'uomo passato alla storia per quella X che rappresentava un simbolo di libertà dal nome che la schiavitù aveva imposto alla sua famiglia, pensava agli afroamericani non più soltanto come alle vittime del razzismo bianco degli Usa, ma come a una parte di una più vasta rivoluzione globale. Forse anche per questo si decise di ucciderlo.